Annexes

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Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, un gruppo di pionieri, incalzati e guidati da alcuni uomini straordinari, tra i quali figura Robert Mérand, decisero che l’insegnamento dell’attività sportiva non potesse più fare ricorso esclusivamente ad una pratica empirica basata sulla riproposizione di quanto l’insegnante aveva vissuto nella propria esperienza di atleta, oppure sull’imitazione delle proposte dei colleghi di lavoro. Si rendeva assolutamente necessario dare una sostanza scientifica ad una attività che riguardava praticamente la totalità della popolazione.

D’altro canto non era nemmeno possibile anteporre i precetti scientifici alle esigenze della pratica sul campo. Era necessario trovare una feconda fusione tra il quadro di riferimento scientifico e l’approccio sperimentale che lasciasse all’azione il suo ruolo fondamentale.

Questo testo, forse datato in alcuni esempi (lo sputnik!), resta una pietra miliare per quanto concerne l’applicazione della pedagogia attiva in ambito motorio e ne esplicita in modo molto chiaro le motivazioni etiche e filosofiche: una “pratica ragionata” si rende indispensabile per scegliere gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli.

mauro

 

Robert Mérand

IL PROBLEMA DEL VOCABOLARIO

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Lire la suite...Vorrei parlarvi ora di quanto profondamente ci renda perplessi il problema del vocabolario. In effetti ce ne rendiamo conto perché dobbiamo confrontarci continuamente con questa domanda: "Per quale motivo resistiamo così ostinatamente a fare una cosa davvero semplice, una cosa che consiste nello sbarazzarsi di alcune parole per metterne altre al loro posto?"

Vorrei parlarvi di quel momento della mia vita quando ero bambino in cui ho avuto un enorme complesso di panoplia. Avevo un genitore che faceva il fabbro ed era un fabbro veramente bravo. Aveva una panoplia di martelli che mi impressionava. Per cui lo vedevo spesso trovarsi di fronte alla scelta del martello rispetto al lavoro da fare; mi diceva che non esiste lavoro ben fatto senza il martello adatto e che per un lavoro nuovo ci vuole assolutamente un nuovo martello. Di conseguenza, poiché non sapevo fare assolutamente niente lì nella fucina, mi dicevo:

"Come farò mai a scegliere tra tutti?".

Certamente mi rendevo conto che per battere su una molla d'orologio non bisognava prendere il martello che si può roteare solo a due mani, è chiaro; ma quando c'erano due lavori che al mio occhio sembravano pressappoco simili dicevo: "Perché quello piuttosto che un altro?", quando invece lui non si sbagliava mai.

Ebbene, le parole sono degli attrezzi, sono degli attrezzi che non servono per il lavoro della forgia ma che servono per il lavoro di concettualizzazione - di nuovo una parola! -

La concettualizzazione: è l'operazione che trasforma una parola in attrezzo; ciò significa che essa presuppone al tempo stesso la capacità di comprendere correttamente ed anche quella di agire in modo adeguato con queste parole.

Evidentemente, abbiamo avuto sempre ed abbiamo ancora, come pure voi, il complesso della terminologia; ma occorre rinunciare alla panoplia delle parole per il fatto che non le abbiamo inventate noi? 

Esse sono state create da persone che, nell’ambito dove noi ci preoccupiamo di lavorare meglio, hanno lavorato davvero bene, perché tutte queste parole sono tratte dalle opere di Wallon, Piaget, Piérin, eccetera.

E dunque, questa è la natura del nostro problema. Le parole corrispondono - e di conseguenza quelle che usiamo noi - alla necessità di un cambiamento; un cambiamento di posizione rispetto alle realtà pedagogiche; un cambiamento di approccio di queste realtà pedagogiche; un cambiamento del nostro modo di valutare queste realtà e, di conseguenza, un cambiamento che ci porterebbe su un altro piano di padronanza rispetto a quello dove siamo situati ora nei confronti questa realtà. Un piano che vogliamo più profondo, certamente. Un piano che andrebbe, come si dice, oltre le apparenze.

Abbiamo parlato della Luna in precedenza. È vero che un contadino, quando parla della Luna, dice: "Domani pioverà!".

È vero che un innamorato quando parla della Luna, dice: "Quanto è bella!".

È vero che, leggendo una poesia sulla Luna, si ha l’impressione di una musica. Ed è anche vero che, leggendo il rapporto di uno scienziato sulla Luna, non si vedono che numeri e calcoli. Ma è solo lo scienziato che ci permette di andare sulla Luna.

Noi non siamo scienziati, siamo pedagoghi. Senza di noi, il razzo che permetterà di raggiungere con i bambini di oggi gli adulti del 2000 non verrà mai costruito. E noi ci sforziamo, per questa costruzione, di capire le parole dei saggi e di servircene, perché siamo convinti che solo queste prendano appoggio sulla realtà.

Con altre parole avremo l’impressione di capire meglio, può darsi, ma allora staremmo facendo della poesia, esprimeremmo i nostri sentimenti e ci serviremmo magari del bambino per parlare di qualcosa d’altro.

Come si fa? Ebbene, è uno degli insegnamenti dello stage Maurice-Baquet. Noi non facciamo una lettura soltanto, ma organizziamo un confronto di ciò che leggiamo con la realtà, e noi non confondiamo la realtà con la nostra pratica concreta. Questo significa che la pratica che vogliamo rimettere in questione e sostituire con un'altra per noi può essere trasformata solo se organizziamo, tra la altre cose, questo confronto.

Ho detto che non facciamo una lettura soltanto, ma non facciamo nemmeno soltanto una lettura; lo sappiamo bene, abbiamo verificato adeguatamente noi stessi che dopo la prima lettura non abbiamo capito, e dopo la seconda neanche, e così via.

Non abbiamo ancora visto a che cosa ciò serva, ma ci siamo assoggettati a questa disciplina della lettura permanente; e non la sola lettura, ma la lettura collettiva e una lettura collettiva che implichi questo confronto con la realtà.

Allora abbiamo riscontrato, tra noi, due categorie di reazioni. Non dico di compagni, perché queste reazioni avvengono talvolta nello stesso compagno, spesso sono nel cuore di noi tutti. Ci sono quelli che rifiutano le parole, che rifiutano di adoperarle, ma allora, confondono la realtà col il mondo concreto proprio ad ognuno di essi. Ci sono quelli che adoperano le parole molto volentieri, ma allora si tratta di vuoto sproloquio. E siccome la natura ha orrore del vuoto, lo si riempie di nuovo con le parole che veicolano il concreto, cosicché le due posizioni si ritrovano esattamente allo stesso punto.

Allora abbiamo deciso che useremo le parole e che bisognerà caricarle a poco a poco di realismo affinché diventino degli attrezzi che permettano di essere sempre più efficaci.

Tra la parole “sputnik” e la parola “cosmonauta” ci sono cose estremamente difficili da considerare che riguardano la confusione tra realtà e concreto; ci sono molte cose difficili da discutere e tuttavia queste cose sono entrate nella testa di tutti.

Alla fine allora, non si tratta di un problema di parole, è una questione di metodi. Anche voi l'avete sottolineato e non ne avete fatto una questione di parole, almeno così crediamo, avete sollevato una critica sui metodi che abbiamo adoperato e siamo d’accordo nel riconoscere che, su questo aspetto, abbiamo ancora molto da fare.

A proposito della complessità, la complessità della pedagogia. Una cosa può essere evidente a tutti, ma non è detto che questa evidenza sia chiara. Allora non si rischia di fare come il millepiedi?

Un pedagogo ha talmente tante cose da affrontare e il millepiedi ha talmente tante zampe da muovere che, se si mette a pensarci, non sa più da quale cominciare ; e allora non muove più. Per cui alcuni dicono: " Smettiamo di riflettere e avanzeremo." E noi diciamo: “Avete ragione”... quando si è indirizzati verso il terreno, verso l'azione pedagogica.

Ma avete torto nel momento in cui si lascia il campo d’azione per ritornare in aula. Ossia, mettersi in movimento e agire è un momento dell’atto pedagogico; riflettere è un altro momento, e i due non possono essere fatti contemporaneamente.

Per quanto concerne non tanto il movimento ma l’azione pedagogica, è stato chiesto che essa sia globale. Noi diciamo di sì, nel senso che abbiamo appena detto, e cioè che ad un dato momento il pedagogo deve mettersi in movimento e smettere di riflettere, ma ciò non significa che non stia dandosi dei punti di riferimento. E può darsi che l'espressione globale rischi di far perdere di vista la necessità di questi punti di riferimento.

È per questo motivo che abbiamo cercato di rendere evidente che una situazione pedagogica, quando è in corso, deve rispondere, come abbiamo già detto, ad una strategia, deve essere organizzata sul piano tattico e deve mettere al punto delle tecniche di intervento.

Se lavoriamo in questo modo, le soluzioni non sono più delle ricette, perché la strategia ci obbliga ad essere in contatto con il vissuto, la realtà concreta e la tattica; e le tecniche che sono tecniche pedagogiche sono subordinate alla strategia ed alla tattica.

Se ci volgiamo dal lato della riflessione pedagogica, ci viene detto che questo è il momento in cui si va ad analizzare. Noi diciamo di no. Non è il momento dell’analisi, è il momento che per noi corrisponde all’applicazione del metodo di Wallon.

E il metodo di Wallon consiste nell’analizzare in ogni momento, cioè a distinguere gli elementi o le parti di un insieme, ma allo stesso tempo a ricollegare sempre ciò che si è distinto all'insieme; non si può analizzare senza contemporaneamente mettere in relazione con le altre parti. Altrimenti ogni parte distinta diventa una cosa a sé, e allora non esiste più riflessione pedagogica. L'atto pedagogico nel nostro spirito consiste in questi due tipi di ritorno alla pedagogia e dunque ci rifiutiamo di opporli, ma ci rifiutiamo anche di mescolarli.

Avanzare, per il millepiedi, vuol dire seguire la direzione dove è collocata la sua testa.

Avanzare, per noi, non vuol dire soltanto spostarsi, vuol dire domandarsi quale è la direzione.

 

R. Mérand (1970), Plaquette Maurice Baquet Stages 1970 Numéro spécial de la revue Sport et Plein Air CPS FSGT, p. 21-22.

Trad. Mauro ANTONINI

 

 

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Comment les Hommes construisent la Natation – Deuxième partie

Alain Catteau – Yves Renoux

 

Lire la suite...Les tirages de la plaquette « Comment les Hommes construisent la Natation » étant épuisés, nous tenons à remercier les Editions Sport & Plein Air ainsi que les auteurs Yves RENOUX et Alain CATTEAU de nous autoriser à la reproduire sur le site.

Les Initiateurs, entraineurs et formateurs y trouveront de précieuses informations dans les domaines de la technique, de la pédagogie et de la didactique de la natation.

Notre mise en pages respectera les chapitres de l’ouvrage.

 

Voici la deuxième partie.

raymond

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Comment les Hommes construisent la Natation – Première partie

Alain Catteau – Yves Renoux

 

Lire la suite...Les tirages de la plaquette « Comment les Hommes construisent la Natation » étant épuisés, nous tenons à remercier les Editions Sport & Plein Air ainsi que les auteurs Yves RENOUX et Alain CATTEAU de nous autoriser à la reproduire sur le site.

Les Initiateurs, entraineurs et formateurs y trouveront de précieuses informations dans les domaines de la technique, de la pédagogie et de la didactique de la natation.

Notre mise en pages respectera les chapitres de l’ouvrage.

A tous, bonne et fructueuse lecture.

raymond

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AUX SOURCES DU SPORT DE L’ENFANT

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Tout comme le concept de compétition éducative, celui de sport de l’enfant a son origine dans la pratique et la théorie des stages Maurice Baquet.

 

Lire la suite...L’ANCRAGE SCIENTIFIQUE ET LA MÉTHODE EXPÉRIMENTALE

Cette position éducative et pédagogique est le résultat d’une recherche expérimentale et d’une méthode dont Robert Mérand, entouré des pionniers de cette époque, fut le praticien et le théoricien. Quelques extraits de textes nous en révèlent certains aspects. Une incitation à s’approprier un patrimoine pédagogique toujours vivace.

Dans une interview accordée en 1973 au correspondant de la revue des Pionniers roumains, il déclare : « Il y a dix ans, nous avons eu à choisir entre plusieurs options, ... les uns proposaient d’amorcer une approche scientifique de l’activité déployée par l’homme corporellement actif. D’autres proposaient de réduire la pédagogie de l’activité physique à la stricte application de connaissances scientifiques fondées (connaissances biologiques et psychologiques). D’autres proposaient encore de déduire les interventions dans les situations de mouvement ...  Aucune de ces propositions n’apparaissaient satisfaisantes. Finalement, nous avons opté pour une tentative d’adoption de l’attitude expérimentale en pédagogie. »


Robert Mérand cite alors un extrait de l’ouvrage de Aurelien Fabre “ Expérimentation pédagogique et empirisme. ” 

( Fabre A. L'expérimentation pédagogique. Empirisme, expérience et expérimentation. In: Enfance, tome 2, n°2, 1949. pp. 158- 175. )

« Choisir la science et prendre l’attitude expérimentale, n’est donc point, pour l’éducateur, renoncer ou abandonner, mais se libérer et s’enrichir. La libération, c’est le rejet de l’irrationnel sous ses deux aspects, l’empirisme figé qui empêche l’esprit d’exercer son pouvoir d’adaptation et l’idéalisme prétentieux qui l’égare. L’enrichissement, c’est la prise de possession progressive, par une expérience vécue, d’une conduite de l’esprit selon les règles qu’il a forgées au cours des siècles pour s’assurer une action efficace. »

Puis il reprend :

« Le stage Maurice Baquet est donc un appel à tous ceux qui veulent définir concrètement les voies et les moyens qui permettent l’adoption de l’attitude expérimentale aux lieux et places des autres attitudes caractéristiques des éducateurs. »

 

DEUX CONCLUSIONS MAJEURES

Il tire alors de cette expérience les conclusions suivantes :
« …. le risque d’une pratique inconsistante, ainsi que celui d’une pratique inconsidérée du sport pour l’enfant sont deux écueils redoutables. »

Ceci d’une part ; et, d’autre part :

« … il ne peut y avoir de véritable innovation pédagogique dont le moteur essentiel serait l’incorporation des connaissances scientifiques relatives au développement de l’enfant, si l’on ne s’attaque pas simultanément au changement d’attitude de l’éducateur »

 

LA FINALITÉ DE LA PRATIQUE SPORTIVE

« Puisque la société, soumise aux lois du marché, s’empare d’une partie du sport, en fait le sport spectacle, instrument de publicité pour développer la pratique consommation, du sport marchandise, composante de la civilisation des loisirs, nous voulons nous emparer du sport, en faire un moyen de forger les hommes qui sachent conserver leur autonomie après l’avoir conquise. »

 

LE RAPPORT THÉORIE-PRATIQUE

Dans la cosmogonie marxiste la théorie n’a pas d’existence autonome. Comme le souligne Georges Labica « elle doit être mise à l’épreuve de critères et de conditions matérielles et pratiques auxquels elle est subordonnée. »

Le rapport de la théorie et de la pratique a été dominé par deux thèses. Celle qui séparait théorie et pratique et cette qui affirmait la prééminence de la théorie sur la pratique. A la FSGT, on affirme l’unité dialectique de l’une et de l’autre.

En 1967, René Moustard écrivait   « ... progresser sur la base d’une union étroite et permanente de la théorie et de la pratique. »

 

L’ENFANT N’EST PAS UN ADULTE EN MINIATURE

« C’est maintenant un principe reconnu par tous les psychologues de l’enfance, qu’entre l’enfant et l’adulte il n’y a pas qu’une différence quantitative. [...] Toute croissance, physique ou psychique n’est pas qu’une simple addition d’acquisitions successives, mais suppose des changements de proportion et d’équilibre entre les parties de l’ensemble, lequel traverse ainsi des périodes caractéristiques chacune, par des traits dominants. »

 

L’INVENTION

Jacqueline Marsenach, dans « Développement de la motricité et pratique pédagogique » soutient que l’enfant ne doit pas être un reproducteur aliéné, mais le créateur de ses propres réponses.

« Inventer, c’est laisser l’enfant se livrer à une activité spontanée en relation avec l’objet qu’on lui propose ».

« Le jeu de l’enfant doit être radicalement distingué du jeu de l’adulte.  C’est pourquoi nous parlons d’un sport DE l’enfant au lieu d’un sport POUR l’enfant. »

Robert Mérand

 

SPA avril 2002 fl° 461

 

  

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Assises Pédagogiques Nantaise 2018

CONTRIBUTION de Alain CATTEAU : Natation

« Est-il possible d’enseigner la natation à l’école sans utiliser d’objets flottants Identifiés ? »

Lire la suite...Voici le texte que j'ai écrit et transmis à l'occasion des 11èmes Assises Pédagogiques organisées par le Snep (syndicat national de l'éducation Physique) de l'Académie de Nantes en collaboration avec le centre EPS et Société et l'Université de Nantes. Ces Assises se sont déroulées le jeudi 15 et vendredi 16 février à l'UFRSTAPS de Nantes. Le thème général était : "Tous capables". 170 enseignants étaient présents, ils se sont répartis pour des séances pratiques sur 5 activités dont la natation (25 collègues ont participé aux 2 séances de natation que j'ai animées).

 

Est-il possible d’enseigner la natation à l’école sans utiliser d’objets flottants Identifiés (ceinture, planche, brassard, pull buoy, tapis) ? Ma réponse est oui, mais cela implique d’assumer une rupture radicale avec les pratiques enseignantes dominantes en s’appropriant par l’action une conception didactique solidement fondée et en choisissant lucidement des contenus d’enseignement essentiels à l’efficacité éprouvée. Les réponses aux quelques questions que nous posons dans ce texte influent les choix et décisions prises dans l’action didactique.Qu’est-ce que la nage ? C’est une locomotion aquatique autonome performante. La locomotion est la capacité de se déplacer activement d’un point à un autre en eau profonde. Elle est autonome, car pour se réaliser elle n’a pas besoin de recourir à des objets ou à des artifices, elle utilise la propre énergie de l’homme ; outre son indépendance par rapport aux objets, l’autonomie se mesure par la capacité à parcourir de plus grandes distances sans le moindre arrêt.

Qu’est-ce qu’un nageur ? Le nageur est tout à la fois : une masse à déplacer structurée par un tronc et cinq segments (dont une tête et quatre membres) qui dispose de propulseurs ainsi que de moteurs soit de fixation soit de mobilisation (le système musculaire), de systèmes énergétiques avec des « carburants et du comburant (l’oxygène de l’air) », le pilote s’informant de son environnement, assisté d’automatismes, ayant des intentions et prenant des décisions.

Quelle est la structuration fonctionnelle initiale ? Si le petit d’homme ne naît pas marcheur, ni coureur, ni sauteur ; il le devient selon un itinéraire marqué d’étapes dans un certain contexte historique et socio-culturel, sollicité par son environnement et en interaction avec lui il se construit de nouvelles compétences fonctionnelles.

Quel est le problème fondamental d’apprentissage de la nage ? Il s’agit de passer d’un être essentiellement structuré par ses expériences de terrien bipède à un être aquatique doté d’un nouveau pouvoir de locomotion. Comme sur terre, le problème fondamental est postural et moteur. Le nouveau substrat de la locomotion possède des propriétés originales qui vont interagir avec les compétences et représentations initiales des sujets. Ce n’est que par ses propres actions que l’apprenant va construire progressivement les propriétés de ce milieu et les propriétés de ses actions dans et sur ce milieu.

Quelles sont les étapes de cette construction ? Que faut-il apprendre ? Les compétences terriennes et les expériences montrent que tout objet lâché chute, pourquoi en serait-il différemment dans l’eau, quand on entre dans un bassin de trois mètres de profondeur, ce à quoi notre organisme s’attend c’est de chuter et d’être englouti, absorbé par l’eau. Autre représentation issue des expériences terriennes avec l’eau, l’eau s’écoule et emplit les objets plongés dedans, comment notre corps peut échapper à cette « évidence ». Le déjà-là construit sur terre et fonctionnel dans cet environnement devient un obstacle à vaincre pour construire ce nouveau pouvoir d’agir dans l’eau. Les situations initiales proposées par l’enseignant visent à construire un nouveau rapport au milieu aquatique, ce que l’on a appelé le « corps flottant ». L’apprentissage est essentiellement postural. Pour J. Paillard (1967), la posture se traduit par une fixation des pièces du squelette dans des positions déterminées, solidaires les unes des autres, et qui composent au corps une attitude d’ensemble. Cette attitude exprime la manière dont l’organisme affronte les stimulations du monde extérieur et se prépare à y réagir. Sur terre, l’activité posturale antigravitaire prenant appui au sol, dispose d’un ensemble de mécanismes capables d’assurer la station du corps dans une position de référence, favorable à l’accomplissement des fonctions locomotrices et des activités d’exploration et de préhension. Dans l’eau profonde, où l’appui au sol n’est plus possible, l’activité posturale doit prendre en compte non seulement la gravité permanente mais également la poussée d’Archimède dont l’intensité dépend du volume immergé du corps. Par ailleurs, comme ces forces externes n’ont pas le même point d’application elles peuvent générer un couple de rotation. La position aquatique de référence pour la locomotion est horizontale. Pour parvenir à orienter son corps selon cette direction, il est nécessaire de positionner ses segments selon une configuration particulière éloignée de la posture antigravitaire. Pour se positionner, le sujet doit ajuster ses propres forces aux forces externes agissantes. Dans ce nouveau milieu, les perceptions proprioceptives antérieures ne sont plus pertinentes, un nouveau système de repère sensitivo-sensoriel est requis. Le positionnement du segment céphalique et des membres supérieurs joue un rôle essentiel. Dans l’eau c’est la forme donnée au corps qui va déterminer l’orientation de celui-ci.

L’éducation posturale du nageur se poursuit en développant la capacité de passer à travers l’eau, ce que l’on a appelé la construction du « corps projectile ». Dans ce milieu liquide dont la densité est 880 fois supérieure à celle de l’air, il est nécessaire de s’organiser pour minimiser les résistances au déplacement. Des conditions sont à respecter : immerger la totalité de son corps pour minimiser la résistance de vague, aligner le grand axe de son corps sur la direction du déplacement, s’orienter selon l’horizontale, allonger son corps, se rendre indéformable en se tonifiant. L’apprentissage du plongeon de départ est un objet d’apprentissage pertinent.

La locomotion aquatique peut alors se développer. Le problème est double il faut à la fois s’organiser pour passer à travers la masse d’eau et se propulser. Les propulseurs (membres supérieurs devenus antérieurs) vont périodiquement, à chaque cycle de nage, accélérer des masses d’eau vers l’arrière pour rendre celle-ci résistante, le retour vers l’avant des membres supérieurs se réalise en grande partie de manière aérienne car la résistance est moindre.

Mon intention est d’informer les collègues des modèles qui ont guidé, en tant qu’enseignant, mes décisions tant stratégiques que tactiques lors des séances pratiques avec les étudiants. Les modèles ne sont bien sûr que des représentations simplifiées d’une réalité complexe, d’un fonctionnement. Comme le note Alain Berthoz dans : « le sens du mouvement » (1997) : « les problèmes que doit résoudre le cerveau sont, pour l’essentiel, des problèmes de mécanique. » Ainsi, l’enseignant se doit d’observer et d’interpréter les actions des élèves en les considérant à l’instar de J. Paillard comme des « machines » bio-informationnelles, bio- mécaniques, bio énergétiques. Dans la construction de l’être aquatique, les problèmes à résoudre par les organismes sont d’ordre biomécanique. Comment ajuster ses propres forces aux contraintes physiques du nouvel environnement ? La résolution de ces problèmes fait intervenir les capacités bio informationnelles du sujet. Pour mieux percevoir l’environnement, il faut agir, mais comment agir si l’on se perçoit soi-même et son environnement de manière erronée ? Quelle stratégie adopter pour permettre au sujet de mieux se percevoir ? L’adaptation du sujet aux contraintes environnementales peut s’opérer selon deux processus, soit en usant de la flexibilité de ses propres systèmes fonctionnels, capables d’adaptation aux changements de conditions d’exécution, tolérant un écart aux normes de fonctionnement habituel mais dans certaines limites, ainsi il est possible de se comporter en terrien dans l’eau ; soit en usant de la capacité que possède un système de modifier durablement sa propre structure en acquérant une possibilité nouvelle de fonctionnement non prévue initialement, cette capacité est nommée plasticité. Nous appuyant sur cette capacité, nous proposons une démarche d’enseignement qui fait de l’éducation posturale une priorité : le postural avant le moteur. L’intervention didactique suivra un ordre que l’on qualifiera de céphalo-caudal (de la tête aux pieds) et de proximo-distal (de la colonne axiale, aux épaules, vers les mains). Nous n’omettrons pas de considérer que l’apprentissage passe par une phase de déstructuration des réponses spontanées, d’une phase de patiente recherche de solutions efficaces et d’une phase de stabilisation automatisation des acquisitions.

Alain CATTEAU. Le 30 décembre 2017.

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