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Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, un gruppo di pionieri, incalzati e guidati da alcuni uomini straordinari, tra i quali figura Robert Mérand, decisero che l’insegnamento dell’attività sportiva non potesse più fare ricorso esclusivamente ad una pratica empirica basata sulla riproposizione di quanto l’insegnante aveva vissuto nella propria esperienza di atleta, oppure sull’imitazione delle proposte dei colleghi di lavoro. Si rendeva assolutamente necessario dare una sostanza scientifica ad una attività che riguardava praticamente la totalità della popolazione.

D’altro canto non era nemmeno possibile anteporre i precetti scientifici alle esigenze della pratica sul campo. Era necessario trovare una feconda fusione tra il quadro di riferimento scientifico e l’approccio sperimentale che lasciasse all’azione il suo ruolo fondamentale.

Questo testo, forse datato in alcuni esempi (lo sputnik!), resta una pietra miliare per quanto concerne l’applicazione della pedagogia attiva in ambito motorio e ne esplicita in modo molto chiaro le motivazioni etiche e filosofiche: una “pratica ragionata” si rende indispensabile per scegliere gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli.

mauro

 

Robert Mérand

IL PROBLEMA DEL VOCABOLARIO

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b_323_397_16777215_00_images_oziogallery3_references_merandIta.jpegVorrei parlarvi ora di quanto profondamente ci renda perplessi il problema del vocabolario. In effetti ce ne rendiamo conto perché dobbiamo confrontarci continuamente con questa domanda: "Per quale motivo resistiamo così ostinatamente a fare una cosa davvero semplice, una cosa che consiste nello sbarazzarsi di alcune parole per metterne altre al loro posto?"

Vorrei parlarvi di quel momento della mia vita quando ero bambino in cui ho avuto un enorme complesso di panoplia. Avevo un genitore che faceva il fabbro ed era un fabbro veramente bravo. Aveva una panoplia di martelli che mi impressionava. Per cui lo vedevo spesso trovarsi di fronte alla scelta del martello rispetto al lavoro da fare; mi diceva che non esiste lavoro ben fatto senza il martello adatto e che per un lavoro nuovo ci vuole assolutamente un nuovo martello. Di conseguenza, poiché non sapevo fare assolutamente niente lì nella fucina, mi dicevo:

"Come farò mai a scegliere tra tutti?".

Certamente mi rendevo conto che per battere su una molla d'orologio non bisognava prendere il martello che si può roteare solo a due mani, è chiaro; ma quando c'erano due lavori che al mio occhio sembravano pressappoco simili dicevo: "Perché quello piuttosto che un altro?", quando invece lui non si sbagliava mai.

Ebbene, le parole sono degli attrezzi, sono degli attrezzi che non servono per il lavoro della forgia ma che servono per il lavoro di concettualizzazione - di nuovo una parola! -

La concettualizzazione: è l'operazione che trasforma una parola in attrezzo; ciò significa che essa presuppone al tempo stesso la capacità di comprendere correttamente ed anche quella di agire in modo adeguato con queste parole.

Evidentemente, abbiamo avuto sempre ed abbiamo ancora, come pure voi, il complesso della terminologia; ma occorre rinunciare alla panoplia delle parole per il fatto che non le abbiamo inventate noi? 

Esse sono state create da persone che, nell’ambito dove noi ci preoccupiamo di lavorare meglio, hanno lavorato davvero bene, perché tutte queste parole sono tratte dalle opere di Wallon, Piaget, Piérin, eccetera.

E dunque, questa è la natura del nostro problema. Le parole corrispondono - e di conseguenza quelle che usiamo noi - alla necessità di un cambiamento; un cambiamento di posizione rispetto alle realtà pedagogiche; un cambiamento di approccio di queste realtà pedagogiche; un cambiamento del nostro modo di valutare queste realtà e, di conseguenza, un cambiamento che ci porterebbe su un altro piano di padronanza rispetto a quello dove siamo situati ora nei confronti questa realtà. Un piano che vogliamo più profondo, certamente. Un piano che andrebbe, come si dice, oltre le apparenze.

Abbiamo parlato della Luna in precedenza. È vero che un contadino, quando parla della Luna, dice: "Domani pioverà!".

È vero che un innamorato quando parla della Luna, dice: "Quanto è bella!".

È vero che, leggendo una poesia sulla Luna, si ha l’impressione di una musica. Ed è anche vero che, leggendo il rapporto di uno scienziato sulla Luna, non si vedono che numeri e calcoli. Ma è solo lo scienziato che ci permette di andare sulla Luna.

Noi non siamo scienziati, siamo pedagoghi. Senza di noi, il razzo che permetterà di raggiungere con i bambini di oggi gli adulti del 2000 non verrà mai costruito. E noi ci sforziamo, per questa costruzione, di capire le parole dei saggi e di servircene, perché siamo convinti che solo queste prendano appoggio sulla realtà.

Con altre parole avremo l’impressione di capire meglio, può darsi, ma allora staremmo facendo della poesia, esprimeremmo i nostri sentimenti e ci serviremmo magari del bambino per parlare di qualcosa d’altro.

Come si fa? Ebbene, è uno degli insegnamenti dello stage Maurice-Baquet. Noi non facciamo una lettura soltanto, ma organizziamo un confronto di ciò che leggiamo con la realtà, e noi non confondiamo la realtà con la nostra pratica concreta. Questo significa che la pratica che vogliamo rimettere in questione e sostituire con un'altra per noi può essere trasformata solo se organizziamo, tra la altre cose, questo confronto.

Ho detto che non facciamo una lettura soltanto, ma non facciamo nemmeno soltanto una lettura; lo sappiamo bene, abbiamo verificato adeguatamente noi stessi che dopo la prima lettura non abbiamo capito, e dopo la seconda neanche, e così via.

Non abbiamo ancora visto a che cosa ciò serva, ma ci siamo assoggettati a questa disciplina della lettura permanente; e non la sola lettura, ma la lettura collettiva e una lettura collettiva che implichi questo confronto con la realtà.

Allora abbiamo riscontrato, tra noi, due categorie di reazioni. Non dico di compagni, perché queste reazioni avvengono talvolta nello stesso compagno, spesso sono nel cuore di noi tutti. Ci sono quelli che rifiutano le parole, che rifiutano di adoperarle, ma allora, confondono la realtà col il mondo concreto proprio ad ognuno di essi. Ci sono quelli che adoperano le parole molto volentieri, ma allora si tratta di vuoto sproloquio. E siccome la natura ha orrore del vuoto, lo si riempie di nuovo con le parole che veicolano il concreto, cosicché le due posizioni si ritrovano esattamente allo stesso punto.

Allora abbiamo deciso che useremo le parole e che bisognerà caricarle a poco a poco di realismo affinché diventino degli attrezzi che permettano di essere sempre più efficaci.

Tra la parole “sputnik” e la parola “cosmonauta” ci sono cose estremamente difficili da considerare che riguardano la confusione tra realtà e concreto; ci sono molte cose difficili da discutere e tuttavia queste cose sono entrate nella testa di tutti.

Alla fine allora, non si tratta di un problema di parole, è una questione di metodi. Anche voi l'avete sottolineato e non ne avete fatto una questione di parole, almeno così crediamo, avete sollevato una critica sui metodi che abbiamo adoperato e siamo d’accordo nel riconoscere che, su questo aspetto, abbiamo ancora molto da fare.

A proposito della complessità, la complessità della pedagogia. Una cosa può essere evidente a tutti, ma non è detto che questa evidenza sia chiara. Allora non si rischia di fare come il millepiedi?

Un pedagogo ha talmente tante cose da affrontare e il millepiedi ha talmente tante zampe da muovere che, se si mette a pensarci, non sa più da quale cominciare ; e allora non muove più. Per cui alcuni dicono: " Smettiamo di riflettere e avanzeremo." E noi diciamo: “Avete ragione”... quando si è indirizzati verso il terreno, verso l'azione pedagogica.

Ma avete torto nel momento in cui si lascia il campo d’azione per ritornare in aula. Ossia, mettersi in movimento e agire è un momento dell’atto pedagogico; riflettere è un altro momento, e i due non possono essere fatti contemporaneamente.

Per quanto concerne non tanto il movimento ma l’azione pedagogica, è stato chiesto che essa sia globale. Noi diciamo di sì, nel senso che abbiamo appena detto, e cioè che ad un dato momento il pedagogo deve mettersi in movimento e smettere di riflettere, ma ciò non significa che non stia dandosi dei punti di riferimento. E può darsi che l'espressione globale rischi di far perdere di vista la necessità di questi punti di riferimento.

È per questo motivo che abbiamo cercato di rendere evidente che una situazione pedagogica, quando è in corso, deve rispondere, come abbiamo già detto, ad una strategia, deve essere organizzata sul piano tattico e deve mettere al punto delle tecniche di intervento.

Se lavoriamo in questo modo, le soluzioni non sono più delle ricette, perché la strategia ci obbliga ad essere in contatto con il vissuto, la realtà concreta e la tattica; e le tecniche che sono tecniche pedagogiche sono subordinate alla strategia ed alla tattica.

Se ci volgiamo dal lato della riflessione pedagogica, ci viene detto che questo è il momento in cui si va ad analizzare. Noi diciamo di no. Non è il momento dell’analisi, è il momento che per noi corrisponde all’applicazione del metodo di Wallon.

E il metodo di Wallon consiste nell’analizzare in ogni momento, cioè a distinguere gli elementi o le parti di un insieme, ma allo stesso tempo a ricollegare sempre ciò che si è distinto all'insieme; non si può analizzare senza contemporaneamente mettere in relazione con le altre parti. Altrimenti ogni parte distinta diventa una cosa a sé, e allora non esiste più riflessione pedagogica. L'atto pedagogico nel nostro spirito consiste in questi due tipi di ritorno alla pedagogia e dunque ci rifiutiamo di opporli, ma ci rifiutiamo anche di mescolarli.

Avanzare, per il millepiedi, vuol dire seguire la direzione dove è collocata la sua testa.

Avanzare, per noi, non vuol dire soltanto spostarsi, vuol dire domandarsi quale è la direzione.

 

R. Mérand (1970), Plaquette Maurice Baquet Stages 1970 Numéro spécial de la revue Sport et Plein Air CPS FSGT, p. 21-22.

Trad. Mauro ANTONINI

 

 

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