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Il Cursore Pedagogico

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Il "cursore" è un piccolo indice che scivola lungo una guida scorrevole praticata su un regolo, un compasso. È un elemento che serve da indice, di misura o di regolazione.

Ovunque si eserciti l'insegnamento, è normale e più o meno consueto vedere un insegnante in contatto più o meno duraturo e più o meno ravvicinato con i suoi alunni. Questa relazione geometrica si caratterizza per i modi differenti in cui si ripartiscono i protagonisti. Questi modi sono rivelatori di una competenza pedagogica che caratterizza il "tipo di insegnante” e dunque il suo livello di prestazione.

Secondo un principio generalmente condiviso, «il maestro deve in ogni momento vedere tutti i suoi allievi e da tutti essere visto»; si può aggiungere «sentire ed essere sentito da tutti loro»!

Questo principio vorrebbe non solo che il maestro non fosse confuso con gli elementi del gruppo all'interno del gruppo ma anche che si posizioni o si sposti ad un distanza "funzionale", o che agisca come il cursore.

In quanto osservatore impertinente sono colpito nel constatare quanto questo principio sfugga alla maggioranza degli istruttori. Non è raro vedere il maestro circondato dai suoi allievi anche quando i gruppi sono di numero esiguo. È frequente invece vedere il maestro di fronte ad una "linea" di bambini e a una distanza che gli permette di averne solo 3 o 4 nel suo campo visivo. Difficile in queste condizioni sapere se il criterio di riuscita, supponendo che sia stato formulato, è stato rispettato. Difficile anche parlare di un'esigenza nella realizzazione dei compiti.

I partecipanti ai seminari di Dinard o agli stage di Mirano avranno constatato spesso la mia ostinazione ad intervenire solamente quando tutti gli interessati si trovavano nel mio campo visivo e, all'inizio della settimana, “à portata di voce”! O spostando momentaneamente i partecipanti, o mettendomi a distanza in situazione favorevole.

Si può notare anche la considerazione data alle circostanze esterne, come ad esempio un'attività in vasca che può attirare l'attenzione degli allievi e distrarli o il sole che si riflette sui loro volti in modo da impedire la corretta percezione del maestro. In questo caso tutta la disposizione ruota di 180° e saranno gli alunni a volgere le spalle alla vasca.

Nel suo ultimo intervento M, a proposito delle “conoscenze forti” richieste affinché gli insegnanti rientrino nelle condizioni di accesso ad una pedagogia attiva, utilizza l'espressione “larghe conoscenze pedagogiche”. Conviene, forse, mostrarsi più precisi introducendo in questa categoria delle voci dettagliate, precisare un contenuto. Contenuto da incorporare, per andare oltre il livello dichiarativo e trasformare durevolmente il comportamento dell'insegnante che vuole essere efficace. E in questo senso, mi pare ci sia la necessità di precisare quali sarebbero lo spazio del maestro e lo spazio dell'allievo e, probabilmente in relazione forte, il tempo del maestro e il tempo degli allievi. La distanza importante del maestro rispetto al gruppo, dopo aver assegnato il compito, sarebbe un indicatore di competenza pedagogica!

La nozione di “campo visivo” va precisata a seconda che si tratti di “occhio fisso” o “occhio mobile”. Nel primo caso è di circa 50° e corrisponde all'atteggiamento più frequente degli insegnanti di cui non si segnala una mobilità significativa della testa. Il nostro schema introduttivo illustra come ed in quali proporzioni l'angolo di visione varia in funzione del posizionamento dell'osservatore. Il nostro occhio incontra dei limiti e non può rivaleggiare con le performance degli strumenti ottici come il “grandangolo” o la “focale corta”. Si è parlato molto del " fischeye " capace di coprire un campo di 180° ma al prezzo di aberrazioni sferiche notevoli (trasformazione delle linee rette in curve e scarto sensibile delle verticali che più sono lontane dall'asse più diventano oblique). Perciò conviene abbandonare inevitabilmente la posizione centrale vicina agli allievi per adottare con profitto quella che permetterà di vederli tutti contemporaneamente.

Evidentemente, ciò che è stato appena sopra evocato riguarda un comportamento “logico”, che “va da sé”. Tuttavia non lo si vede imporsi e allora la domanda è : «bisogna insegnarlo durante la formazione»?

Nei nostri dibattiti, arrivare a dati concreti di questo tipo mi sembra necessario per aiutare i formatori nella predisposizione dei programmi di stage.

Suggerisco ai nostri amici che accettano di entrare nel dibattito di proporre alcune regole di questo tipo a proposito di ognuno degli elementi che assommati caratterizzerebbero il dispositivo necessario alla realizzazione di una pedagogia attuale.

E se affrontassimo “il tempo del maestro e il tempo degli allievi”?

Oppure un altro argomento.

raymond

 

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